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SAN SEVERINO

 

Subito dopo l’8 settembre, nella zona di San Severino, si costituì la banda Mario, dal nome del suo comandante Mario Depangher, di origini istriane, imprigionato durante il fascismo per la sua attività antifascista, fuoriuscito e infine confinato come internato proprio a San Severino. La banda era costituita prevalentemente da persone provenienti dalla zona, ma anche da numerosi slavi e alcuni abissini, russi, francesi e inglesi. Per far fronte alle esigenze organizzative e di sicurezza, il gruppo, che andava sempre più ingrandendosi, si trasferì a Valdiola, un agglomerato di poche case in un’ampia conca contornata dai monti al di là dei quali si estende la vallata dell’Esino e Matelica, vicino alle altre località in cui si stavano costituendo le altre bande partigiane: il Monte San Vicino, la Porcarella, Cingoli, Apiro.

partigiani del gruppo Mario con al centro il comandante DepangherDal dicembre 1943 al marzo 1944, il gruppo fu impegnato soltanto in piccoli scontri e sabotaggi, soprattutto a causa della neve che impediva azioni di rilievo. Dalla seconda metà di marzo iniziarono i combattimenti contro i tedeschi, che stavano tentando di ripulire la zona dai partigiani in modo da lasciare libere le vie di fuga verso il nord Italia. Alla banda si aggiunsero numerosi combattenti, tanto da trasformarsi nel I Battaglione Mario, suddiviso in tre brigate: “Stigliano”, “Valdiola”, “Elcito”. Il 23 marzo 1944 circa 2000 tedeschi e fascisti armati di mortai, mitragliatrici pesanti e leggere, arrivando da più fronti, puntarono all’accerchiamento del I Battaglione Mario. I partigiani guidati da Depangher, coadiuvati dai gruppi “Cingoli” e “Porcarella”, si difesero strenuamente, tuttavia in questo contesto si consumarono gli eccidi di Braccano, di Valdiola, del ponte di Chigiano.

Trascorso quasi un mese, il 26 aprile, battaglioni misti italo-tedeschi tentarono un nuovo attacco sempre con l’obiettivo di accerchiare Valdiola. Qui, dopo uno scontro con un gruppo di partigiani del Battaglione Mario, i tedeschi uccisero alcuni componenti della famiglia Falistocco, che abitavano in una delle poche case rimaste in piedi dopo la battaglia del 24 marzo: catturarono i quattro uomini e alla presenza del resto della famiglia li fucilarono dando poi fuoco ai corpi. Anche alcuni partigiani furono catturati e uccisi nel corso di questa ondata di rastrellamenti, mentre altri morirono in combattimento. L’azione fu condotta dai nazifascisti con grande spiegamento di mezzi e di uomini: furono infatti impegnati contingenti di paracadutisti della divisione Goering, truppe alpine della divisione Fuhrer, battaglioni delle SS e reparti italiani. Sul fronte partigiano, oltre il Battaglione Mario, furono interessati diversi battaglioni e distaccamenti: il Capuzi, il Vera, il Ferro. Dopo la seconda battaglia, il notevole aumento del numero dei partigiani affluiti in montagna rese necessaria una nuova organizzazione del Battaglione Mario, il quale venne trasformato nel Comando di Divisione Mario.

Il 1° luglio 1944, con due giorni di anticipo sull’arrivo delle truppe alleate, furono liberate dai partigiani della Divisione Mario le città di San Severino, Castel Raimondo e Matelica.

 

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