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SAN GINESIO

Vista la sua posizione geografica, San Ginesio costituì durante la guerra un’importante arteria di collegamento tra il sud e il nord della regione. Nella zona operava il gruppo Vera, formatosi subito dopo l’8 settembre e guidato da Girolamo Casà, in collegamento con il gruppo Filipponi di Sarnano e con il gruppo Nicolò di Monastero. Il capitano Casà, di origine veneziana, era fuggito da Bari e, sopraggiunto a San Ginesio, era entrato subito a far parte del gruppo di patrioti che si stava formando. In molti episodi i partigiani ginesini dimostrarono temerarietà nei confronti delle autorità fasciste e tedesche: il 18 settembre, sotto gli occhi della sentinella, prelevarono da una camionetta di tedeschi alloggiati in albergo, una pistola, due bombe a mano e un binocolo; in un’altra occasione, nell'ottobre del 1943, mentre si attendeva l’arrivo dei tabacchi da distribuire tra la popolazione, un partigiano colpì a pugni il Segretario del fascio, solito organizzare la distribuzione secondo il suo personalissimo giudizio e per la prima volta, dalla ripartizione furono tenuti fuori solo gli elementi fascisti. Nel mese di giugno, forze tedesche requisirono l’ospedale di San Ginesio. Il gruppo Vera fece pervenire al comando tedesco una vibrata protesta, minacciando l’occupazione da parte delle forze partigiane. Il nosocomio fu rapidamente smobilitato dai nazisti.

Ma la popolazione e i partigiani di San Ginesio affrontarono anche molti attacchi ed episodi di violenza. La notte dell’ 11 gennaio 1944 una numerosa formazione di nazifascisti si avvicinò alla cittadina con chiare intenzioni punitive. Nella giornata precedente i partigiani avevano disarmato tre soldati ed avevano imposto al Podestà la distribuzione del grano tra la popolazione. Vi fu un violento scontro tra fascisti e partigiani, che causò morti e feriti dall’una e dall’altra parte. Tra i secondi persero la vita: Italo Starnoni e i montenegrini Zubo Banascevic e Gioco Radovanovic. Il giorno successivo i tedeschi tornarono, occuparono il paese e lasciarono dietro di sé un’altra vittima: Giulio Miconi, civile (Salvucci, 1945 p.28-29).

Il 5 maggio 1944 dopo un conflitto a fuoco con le milizie fasciste, tre partigiani furono sottoposti a gravi sevizie e fucilati presso Passo San Ginesio, dove oggi è posto un cippo in loro memoria: ≪Qui – caddero per mano di traditori perché la Patria vivesse i partigiani Della Vecchia Ezio, Fornari Giovanni, Pacioni Ivo≫.

Nel mese di giugno il gruppo effettuò numerose operazioni di sabotaggio che miravano ad ostacolare il passaggio delle truppe tedesche in ritirata lungo la statale 78. Erano state interrotte le linee telefoniche e telegrafiche, fatti saltare i ponti, e lungo l’arteria si appostavano tiratori intenti a colpire i tedeschi in movimento. Uno di questi attacchi fu rivolto, il 17 giugno 1944, ad un ufficiale tedesco in motocicletta. In tutta risposta, i nazisti prelevarono decine di ostaggi radunati nella zona e altri civili, una volta sopraggiunti a San Ginesio. Dopo ore di attesa e di paura, tutti gli uomini furono rilasciati, tranne due partigiani: Mario Mogliani e Antonio D’Arduin. Questi furono portati a Pian di Pieca ed impiccati insieme ad un ragazzo del luogo, catturato a Passo San Ginesio: Benedetto Tardella. Le corde per l’impiccagione furono appese al balcone dello spaccio “Mancini” e i cadaveri rimasero lì dal sabato sera al mercoledì mattina. Il 21 giugno il capitano Casà e l'Ing. Verdecchia si recarono allo spaccio Mancini. Spiccarono i tre cadaveri, li avvolsero in bianchi lenzuoli e li deposero nell'attiguo ufficio postale. Il giorno successivo vennero riportati a San Ginesio (Salvucci, 1945 p.61).

Il nome di San Ginesio è legato anche ad una missione militare inviata nelle Marche dal governo Badoglio. A tal proposito una motosilurante italiana sbarcò sulla costa marchigiana con a bordo il generale Salvatore Melia, romano di nascita e ginesino di elezione e il capitano Arnaldo Angerilli, di San Ginesio. La missione, dotata di radiotrasmittente, per parecchi mesi e fino alla Liberazione, svolse un’opera importantissima: funzioni di organizzazione e coordinamento delle forze partigiane, sabotaggio, segnalazione e controllo di lanci di armi, rilievo e comunicazione di notizie di carattere militare. Subito dopo lo sbarco e per alcuni mesi ebbe come base San Ginesio, per spostarsi poi verso il pesarese e l’anconetano e far ritorno in provincia di Macerata nell’imminenza dell’arrivo degli alleati.

Il 20 giugno, precedendo di un giorno le truppe alleate, i partigiani del Vera liberarono San Ginesio.

Il Comitato di Liberazione Nazionale, precedentemente costituito, assunse il ruolo dell'amministrazione comunale e Cesare Barbi, di tradizione liberale, fu nominato all'unanimità Sindaco.
 

Bibliografia
AA.VV., Tolentino e la resistenza nel Maceratese, Accademia Filelfica, Tolentino 1964.
R. Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, Affinità elettive, Ancona 2008.
A. Salvucci, Martiri dei Sibillini. Nel primo anniversario della Liberazione delle Marche, Tipografia Filelfo, Tolentino 1945.

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