Home Chi siamo Contatti Cerca nel sito istituti associati enti collegati

Attività scientifica e culturale

Centro di documentazione

Le riviste

Didattica

POGGIO SAN VICINO

Il piccolo comune di Poggio San Vicino, a pochi chilometri da Apiro e dal monte San Vicino, conobbe tutti gli aspetti che contraddistinsero quei lunghi mesi di lotta: il sopraggiungere degli sfollati, la scarsità degli alimenti e delle merci, l’apertura degli ammassi, la presenza e il passaggio di varie formazioni partigiane, le azioni di boicottaggio verso l’occupante tedesco e anche i dissapori all’interno dei gruppi, soprattutto qualora si fosse trattato di nazionalità diverse. Come dice Giacomini: ≪Non era sempre idilliaca la vita insieme dei partigiani, si incontravano e scontravano caratteri e temperamenti e anche culture diverse, si doveva fare i conti quotidianamente con la fatica, il pericolo, la paura, gli orgogli personali, emergevano secondo i momenti i lati positivi e quelli negativi di ciascuno, si cementavano amicizie che sarebbero durate tutta la vita, ma si producevano anche tensioni e liti, e qualche volta, anche se del tutto eccezionalmente, gli esiti potevano essere tragici≫ (Giacomini, 2008 p.260).


IL CASO BALDELLI
Quanto accadde il 5 giugno a Poggio San Vicino venne vissuto come una vera e propria tragedia non solo dai partigiani del San Vicino, ma dalla Resistenza tutta. Quel giorno Goffredo Baldelli, uomo retto di tradizione antifascista, appartenuto al movimento “Giustizia e Libertà”, posto a capo della missione sulla stazione R. T. clandestina della provincia di Ancona, venne ucciso a seguito di un diverbio. L’episodio è piuttosto controverso e ad oggi non ancora chiarito. Esemplare è il fatto che esistano più d’una ricostruzione dei fatti.

Nella zona di Poggio S. Vicino si era stabilito dal 20 maggio il gruppo “Alvaro”, successivamente spostatosi ad Osimo. Alvaro Litargini, comandante del gruppo era un ex milite fascista, uomo avventuroso e spregiudicato. Al suo arrivo il distaccamento era composto da circa 18 partigiani, quasi tutti originari di Cingoli. Successivamente la formazione aumentò notevolmente di numero: si aggiunsero tredici giovani della guardia repubblicana di Macerata, dei carabinieri di Cupramontana e qualche prigioniero politico evaso dalle carceri di Jesi (Campanelli, 1982 p.60). Dopo l’arrivo del gruppo Alvaro il paese fu in qualche modo cambiato nella sua fisionomia: ≪Sembra di essere in una guarnigione: posti di blocco alle vie di accesso, sentinelle nei punti strategici, pattuglie in perlustrazione che si spingono sino ad Apiro dove sono saltuariamente i tedeschi. il piazzale della Chiesa è diventato l’autoparco: vi sono autocarri, autobus ed automobili di ogni genere, anche un tedesco catturato dai Patrioti≫ (Ribelli per amore, 2005 p.92-93). Questo raggruppamento agì sempre in modo piuttosto autonomo, a volte dimostrandosi restio all’osservanza delle direttive militari, ma fu sempre molto attivo e efficiente.

Secondo Giacomini, dopo una notte di fatica passata a recuperare delle armi aviolanciate, Baldelli si recò a Poggio San Vicino con l’intenzione di munirsi del camion per trasportarle. Ma lì scopri che al momento non era disponibile, visto che lo scozzese Douglas Davidson, maresciallo autopromossosi capitano, con un gruppo di stranieri al seguito, ci stava facendo un giro. Innervosito dal fatto sfogò la sua rabbia sul comandante Alvaro, accusandolo che nella sua formazione si facesse ≪vita frivola e svagata≫ (Giacomini, 2008 p.259). Tra Baldelli e Alvaro non vi fu mai una grande intesa. In particolare le cose peggiorarono quando i lanci alleati nel campo di lancio di Valdiola, di cui Baldelli era responsabile, si fecero sempre più regolari e sebbene i partigiani avrebbero dovuto prelevare i materiali dal campo il prima possibile, questo non avveniva con diligenza e secondo la rapidità richiesta da Baldelli.

Nel frattempo Douglas avrebbe fatto ritorno e Baldelli avrebbe incominciato a inveire contro di lui, innescando una lite che assunse toni sempre più accesi. Dallo scozzese partirono un paio di pugni che lo mandarono a terra e quando Baldelli fece il gesto di prendere la pistola, Dimitrya Jovic, un montenegrino presente alla scena, gli sparò due colpi e lo finì con un ultimo, proveniente dalla stessa pistola di Baldelli, raccolta da terra. Douglas aveva alle spalle una reputazione tutt’altro che positiva, descritto come un prepotente e un facile attacca briga. Ciò nonostante, della morte di Baldelli si prese tutta la responsabilità di fronte al comando partigiano.

La versione di Campanelli si discosta su alcuni punti: Baldelli avrebbe discusso con Alvaro in merito alla mancata raccolta del materiale lanciato dagli alleati nelle notti precedenti, ma il diverbio avrebbe avuto termine con una risoluzione amichevole. Tuttavia nel corso della lite Baldelli avrebbe criticato aspramente la presenza nell’accampamento di alcune donne dal comportamento spregiudicato, in particolare quello di una russa. Quando Douglas venne messo al corrente di ciò, ritenendo che la sua donna fosse stata ingiuriata, aggredì Baldelli. Fu a quel punto che il montenegrino intervenne sparando (Campanelli, 1982 p.93).

L’intervento di Dimitrya Jovic apparve fin da subito del tutto ingiustificato e fece nascere varie convinzioni al riguardo. Nella relazione redatta dal tenente Leone Terragni, nome di battaglia Nino, incaricato di svolgere accertamento sull’accaduto, si dichiara che ≪L’omicida giustifica il tragico gesto asserendo che lo scomparso si preparava a sganciare la pistola dalla cintura dei pantaloni. Questa circostanza, che sarebbe stata importante ai fini di stabilire un attenuante nei riguardi dello slavo, non mi è stato confermato da alcuno di quei pochi astanti con i quali ho potuto conferire […] d’altra parte, avrebbe potuto comunque evitare il tragico epilogo immobilizzando le mani del Baldelli e tirarlo in disparte, tanto più che lo Slavo ha possibilità fisiche e di spirito non comuni≫ (Fondo Tiraboschi, B.1, fasc 7).

Negli ultimi anni è andata crescendo anche l’ipotesi che dietro l’episodio si nascondesse una volontà superiore, per la quale Baldelli stava diventando una figura scomoda da eliminare con poco clamore. Come raccontava Piero Pergoli in un articolo del novembre 1944: ≪Verso la fine di maggio la sua abituale serenità lo aveva abbandonato: sempre impavido, sempre intrepido, sempre pronto a tutto osare, ma la bella fiducia nell’avvenire era offuscata. Troppi intrighi erano orditi intorno a lui, troppi oscuri interessi si agitavano intorno alla R.T., troppo obliqui tentativi di imporre ad ogni costo soluzioni di partito, là dove l’apoliticità doveva rimanere la chiave di volta della situazione, si venivano delineando≫ (Piccinini, 1990 p.152). Ciò è confermato anche da Terragni: ≪è purtroppo vero che il Baldelli, prima della tragica fine, dava segni di stanchezza fisica e di esaurimento nervoso, conseguenza delle sue molteplici assillanti attività, per cui era lecito aspettarsi da parte dell’Inglese e dello Slavo più umana comprensione e riconoscimento degli indiscussi grandi meriti dello scomparso combattente prode e fedele esecutore di missione particolare affidatagli dal comando Alleato≫ (Fondo Tiraboschi, B.1, fasc 7)

Nel processo che si tenne nel 1948 la Corte d’Assise di Macerata giudicò Dimitrya Jovic colpevole del delitto di omicidio aggravato e venne condannato in contumacia all’ergastolo. A distanza di molti anni, gli interrogativi non sono stati sciolti. La tesi più accreditata è che la sua morte debba essere posta in relazione ai contrasti interni alle forze partigiane più che a un banale incidente. È ancora da verificare l’ipotesi che si sia trattato di un’azione voluta e premeditata.

Nel dopoguerra Baldelli venne insignito della medaglia d’argento al valor militare alla memoria; la sua salma riposa nel cimitero di Falconara M.ma.

 

LA VIOLENZA DELLE FORZE NAZIFASCISTE IN RITIRATA
Poggio San Vicino rientrò diverse volte all’interno delle operazioni di rastrellamento operate dalle forze nazifasciste nella zona. In particolare, l’episodio che ancora oggi è serbato più vividamente nella memoria popolare è quello del primo luglio, quando la località venne attaccato dai tedeschi in ritirata. Lo scontro con i pochi partigiani presenti nella località durò circa un’ora, fino a quando, colpita la mitraglia da un colpo di cannone, furono costretti a darsi alla fuga. Nello scontro morì il partigiano Giannino Pastori, originario di Maiolati, che aveva combattuto strenuamente provocando morti e feriti tra i tedeschi.

A quel punto i soldati entrarono nel paese, dove non ebbero pietà per cose e persone. Quattro uomini persero la vita per pura casualità: Domenico Poeta, gli sfollati Marco Accursi, Nicola Pillarella e Nicola Marovelli. Un altro riuscì a salvarsi solo perché si finse morto. Più di trenta famiglie persero la casa e ogni proprietà, date alle fiamme. Tutte le altre furono rovistate e svaligiate (Simoncini, 2007 p.94). Il parroco di Poggio San Vicino, don Otello Marcaccini, testimone del fatto ricordava che: ≪Alcune donne coraggiose rimaste quasi a difendere le loro case, cercano di estinguere il fuoco, di gettare dalle finestre mobili e utensili per risparmiarli alle fiamme. Non bisogna dimenticare che alcune, domato il piccolo incendio delle loro, si affaticano a spegnere, incuranti del pericolo, il fuoco delle altre case rimaste incustodite≫ (Ribelli per amore, 2005 p.97). Nelle due settimane successive all’episodio, il paese continuò ad essere il saltuario bersaglio dei cannoni tedeschi.

Il 18 luglio Poggio San Vicino fu liberata dai partigiani della Maiella tra l’esultanza della popolazione.


Bibliografia
AA. VV. (a cura di), Tolentino e la resistenza nel Maceratese, Accademia Filelfica, Tolentino 1964.
Anpi “Medaglia d’Oro Capitano Valerio”, Ribelli per amore. I sacerdoti marchigiani nella Resistenza, [S.l. : s.n., 2005]
G. Campanelli, Antifascismo e Resistenza a Cingoli, Nuove ricerche, Ancona 1982.
M. Fattorini, Guerra ai nazisti. Il racconto di un patriota chiamato "Verdi", Il Labirinto, Macerata 2004.
R. Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, Affinità elettive, Ancona 2008.
O. Marcaccini, La rappresaglia tedesca a Poggio S. Vicino, Bellabarba, S. Severino Marche 1945.
G. Piccinini (a cura di), Falconara '900. Gli uomini e la città, Comune, Falconara Marittima 1990.
M. Salvadori, La Resistenza nell’anconetano e nel piceno, Opere nuove, Roma 1962.
C. Simoncini (a cura di), Apiro pagine di storia e di vita, Apiro 2007.
N. Verdolini, La storia attorno casa 1930-1948, Jesi 1998.

Archivio STORIA MARCHE 900
Fondo Tiraboschi, Busta 1, fascicolo 7
 

 

Genera pagina pdf