
MACERATA
DOPO L’8 SETTEMBRE
La provincia di Macerata ha avuto una posizione di primo piano nella guerra di liberazione, vi passavano importanti strade che collegavano il sud al nord della penisola e per questo risultava una zona strategica per i tedeschi. Fu proprio a ridosso di queste arterie che si concentrarono numerose bande partigiane. Nei paesi, nei villaggi e nelle città, la guerra fu cruenta. I tedeschi, per preparare la ritirata, eliminarono, con rappresaglie ed eccidi, ogni forma di resistenza. Inoltre in queste terre si rifugiarono e si nascosero migliaia di prigionieri alleati, fuggiti dopo l’8 settembre del ‘43 dai campi di guerra e di prigionia di cui il territorio era pieno. Il 16 settembre 1943 la città venne occupata dalle truppe tedesche senza incontrare alcuna opposizione, i soldati italiani fuggirono dalle caserme abbandonando armi e munizioni. A seguito dell’occupazione tedesca in molti cercarono rifugio in luoghi collinari e montani ritenuti più sicuri. Oltretutto a Macerata i tedeschi avevano posto il comando militare con sovranità su tutta la regione, dato che negli ultimi mesi del ‘43 Ancona era stata soggetta a continui bombardamenti aerei. Da quel momento fino a giugno del 1944 Macerata divenne il principale centro regionale di irradiamento dell’occupazione tedesca.
INIZIA LA RESISTENZA
Il CLN provinciale, a capo del quale fu posto Mario Fattorini, fu costituito pochi giorni dopo l’annuncio dell’armistizio e si adoperò immediatamente per organizzare la Resistenza nelle zone montuose della provincia. Sotto la direzione del figlio di Fattorini, Renato, si istituì una complessa attività di controspionaggio con lo scopo di intercettare utili informazioni riguardo i rastrellamenti organizzati dai nazifascisti. Uno dei primi compiti del CLN fu quello di recuperare armi, cibo e vestiario da inviare alle bande partigiane che si andavano costituendo in montagna. Sulle montagne del maceratese si costituirono le bande partigiane formate da antifascisti del luogo, ex internati, renitenti alla leva.
LE BANDE PARTIGIANE NEL MACERATESE
In aprile gli alleati iniziarono i bombardamenti per colpire il comando tedesco, alleviare la pressione dei rastrellamenti contro i partigiani sulle montagne e permettere la fuga di un gruppo di ufficiali alleati rinchiusi nel carcere maceratese. Nel marzo 1944 iniziò l’attacco dei tedeschi, massiccio e costante, su tutto il territorio della regione. Gli obiettivi erano le strade statali 77 e 78 e le loro principali ramificazioni di destra e di sinistra, con l’obiettivo di liberarle dal controllo partigiano. Queste strade erano importanti per i tedeschi perché costituivano un raccordo tra le tre province marchigiane di Ancona, Macerata e Ascoli Piceno e potevano permettere ai tedeschi un rapido spostamento di mezzi e truppe dall’Adriatico al tirreno e dal sud al nord. Le rappresaglie tedesche ai partigiani che operavano in quelle zone, iniziarono dal basso Piceno, con l’attacco alla banda Paolini a Rovetino il 10 marzo 1944 e con la rappresaglia sulla popolazione e sui partigiani della banda Bianco a Pozza e Umito, il giorno successivo.
Intanto nelle montagne altre colonne tedesche cercavano di ripulire la zona dai partigiani e vi furono attacchi a Visso, Serravalle di Chienti, San Maroto, Fiastra e in altre località dislocate lungo la statale 78: Amandola, Montefortino e Montemonaco (18 marzo 1944).
Il 22 marzo a Montalto fu compiuto dai tedeschi un eccidio. Lo stesso giorno i tedeschi si diressero a Monastero, dove si scontrarono duramente con i partigiani della banda Nicolò, comandata dal tenente Augusto Pantanetti.
A nord-est, nel triangolo San Severino - Monte San Vicino - Cingoli, il 24 marzo una colonna tedesca e fascista attaccò Chigiano e altri paesini alle propaggini del Monte San Vicino e lo scontro decisivo fu a Valdiola. A distanza di un mese nella stessa località si verificò un altro feroce scontro tra tedeschi e partigiani a cui seguì un eccidio di civili, il 26 aprile.
Il 24 giugno venne compiuto l’eccidio di Pozzuolo e Capolapiaggia: i tedeschi accerchiarono e assaltarono alcune frazioni in prossimità di Camerino in cui stazionavano i partigiani. Colti di sorpresa i partigiani non riuscirono a difendersi e vennero fatti prigionieri insieme a decine di civili. Furono uccisi tutti.
La liberazione del Chienti fu difficile dato che i tedeschi controllavano la statale 77, importante collegamento tra le Marche e l’Umbria e lungo la quale si trovavano centri importanti come Tolentino, Macerata, San Severino e Camerino. Il 19 giugno i tedeschi abbandonarono Comunanza, Amandola e Sarnano. I primi a giungere ad Amandola, dopo la fuga dei tedeschi furono i soldati della divisione Nembo che procedevano tentando di riagganciare i tedeschi, come fecero, ad ABBADIA DI FIASTRA. Il 20 giugno i partigiani del gruppo Vera entravano a San Ginesio e contemporaneamente il gruppo Nicolò era entrato a Colmurano ed Urbisaglia ricollegandosi con le avanguardie della Nembo ad Abbadia di Fiastra. Le truppe tedesche si ritirarono da Macerata senza combattere alla fine di giugno, avendo solo fatto saltare diversi tratti di strada.
La città di Macerata venne liberata il 30 giugno per mano di reparti di paracadutisti della Nembo e avanguardie del II Corpo d’armata polacco, preceduti di qualche ora dai partigiani del gruppo bande Nicolò.
Il 1° luglio furono liberate dai partigiani della divisione Mario, con due giorni di anticipo sull’arrivo delle truppe alleate, San Severino, Castelraimondo e Matelica. Lo stesso giorno venne liberata Camerino, dove i partigiani di Bolognola si erano congiunti con i distaccamenti Fazzini e Capuzi, precedendo di alcune ore l’arrivo degli inglesi. Il 3 luglio fu liberata Esanatoglia.