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FERMO

DOPO L’8 SETTEMBRE
All’indomani del 25 luglio 1943, a Fermo, si registrarono i primi tentativi di riorganizzazione dei Partiti antifascisti. Noti personaggi fermani, tra i quali Domenico Quintili, Leone Bernardi, Guerriero Coleffi, Pietro Mori, Poliuto Malaspina, Alfredo Ricci e Silvio Vannicola, si riunirono per organizzare comizi contro il fascismo appena caduto. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, si tennero cortei e discorsi pubblici in un clima di festoso fermento; nessuno sembrava presagire il triste futuro dei mesi a venire. Circa 3500 prigionieri di guerra, fra cui inglesi, jugoslavi, americani, ebrei, cinesi, evasero dai campi di internamento di Servigliano e Monte Urano e vagarono per le campagne del fermano alla ricerca di ospitalità o di un aiuto per raggiungere il fronte liberato. Ma il 13 settembre le truppe tedesche entrarono a Fermo. Le questioni legate all’amministrazione civile e di polizia furono assegnate al neonato partito repubblichino, formato dai capi fascisti locali, resisi irreperibili dopo il 25 luglio. I repubblichini perseguitarono singoli cittadini inermi, ritirando loro le tessere annonarie, arrestando i familiari dei partigiani e coloro che avevano dato ospitalità ai prigionieri di guerra.

 

INIZIA LA RESISTENZA
A seguito dell’occupazione nazista, a Fermo si costituì un Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) formato da elementi di varia formazione politica, dai liberali ai comunisti, dai repubblicani mazziniani ai futuri democristiani e, ancora, dai socialisti a membri del Partito d’Azione. I CLN che si costituirono nei paesi del circondario, invece, furono composti quasi esclusivamente da comunisti (come a Comunanza) o al più da social-comunisti (Montegiorgio). Il CLN di Fermo si impegnò a recuperare le armi e a raccogliere denaro da fornire ai partigiani, a condurre i renitenti alla leva nelle zone da loro controllate, a invitare le persone alla resistenza passiva e alla fiducia nella liberazione, fino a stabilire i primi contatti segreti con le truppe alleate.

1943 - 1944
Dal settembre ’43 al gennaio ’44 il CLN fermano e il comando unificato delle bande partigiane picene procedettero con una relativa ma sostanziale intesa.
Dal Febbraio ’44 alla liberazione si ebbe invece una progressiva spaccatura. I membri del CLN tendevano a fissare la condotta politica e militare delle bande, anche per le singole operazioni. Al contrario, per i “militari” responsabili del comando della lotta partigiana (come Petroni, Grimaldi, Remia) le bande erano un’espressione provvisoria delle forze armate del governo italiano in esilio ed essi erano legittimi rappresentanti di quel governo. I dissidi tra alcuni componenti del CLN e i militari furono quindi di carattere sostanzialmente politico. I contrasti esplosero di nuovo dopo la battaglia di Montemonaco, quando il CLN, approfittando delle gravi responsabilità che avevano colpito i comandi militari, finì per ignorare totalmente il comando fin allora riconosciutogli e nominò il Maggiore Strinati “direttore militare”.

 

EPISODI DI VIOLENZA NAZIFASCISTA
Il territorio fermano e la sua popolazione conobbe, come le altre provincie marchigiane, fenomeni di violenza da parte delle forze nazifasciste che spesso seguivano una vera e propria strategia del terrore, volta a minare il rapporto di sostegno tra i civili e i ribelli.

A Montegiorgio, venti chilometri verso l’interno, la notte tra il 3 il 4 marzo 1944 fu aperto, con l’aiuto dei partigiani, un silos di grano da cui la popolazione approvvigionò. La mattina seguente i carabinieri intervennero sedando la situazione ma dato che la notizia si era già sparsa nel circondario, molta gente continuò ad arrivare da tutte le località vicine. Alla fine il silos venne di nuovo forzato. A quel punto le forze dell’ordine richiesero l’aiuto di reparti tedeschi, che si presentarono insieme una banda di fascisti guidati dal noto e temuto ispettore Vinicio Vannozzi, di Porto San Giorgio. Non appena arrivarono a Montegiorgio cominciarono a sparare contro la folla. Furono colpite a morte cinque persone e una decina ferite più o meno gravemente (Giacomini, 2008, p.233).

Nel corso del ripiegamento nazifascista verso Nord, la zona di Caldarette Ete divenne dal 13 giugno 1944 punto di passaggio per le truppe tedesche. Il 19 giugno si verificò un tragico episodio di violenza, che la memoria popolare ricorda come “l’eccidio dei fratelli Fortuna”. Mentre un reparto di tedeschi stava minando il ponte che collega Fermo con i paesi oltre la collina, i partigiani della zona spararono contro di loro qualche colpo di mitragliatrice, scatenando di lì a poco un inferno. Messisi alla ricerca dei partigiani, i soldati si diressero verso le case lì vicino. In una di queste abitava la famiglia Fortuna, in quel momento intenta nel far colazione. Senza troppe spiegazioni prelevarono i due uomini presenti: i fratelli Giuseppe e Luigi Fortuna, erroneamente ritenuti partigiani. Costretti a uscire fuori, furono crivellati di colpi a pochi metri dall’abitazione. I corpi rimasero per tutta la giornata sul ciglio della strada perché nessuno ebbe il coraggio di spostarli. Il funerale venne celebrato solo dopo qualche giorno (Corvaro, 2001, p.93).

Quel 19 giugno morirono anche il signor Santino Serafini, bruciato vivo per aver tentato di riappropriarsi delle proprie bestie, confiscategli dai tedeschi; e Giovanni Protasi, all'epoca di soli sei anni che, colpito da una scheggia di cannonata allo stomaco, non ricevette le cure necessarie visto che il chirurgo era troppo terrorizzato per uscire di casa.

Il 20 giugno vennero uccisi nella frazione di Cascinare di Sant’Elpidio a Mare due giovani, l’elpidiense Vincenzo Borraccetti e il civitanovese Silvano Mecozzi, da un reparto di tedeschi, di stanza a Civitanova Marche.


LA LIBERAZIONE
Fermo fu liberata il 20 giugno 1944, i primi a giungere in città da Amandola furono i bersaglieri motociclisti della “Nembo”.
Al momento della Liberazione, l’autorevolezza del CLN di Fermo, sia sul territorio che nel rapporto con gli Alleati, verrà riconosciuta e legittimata, caso unico nelle Marche, con la costituzione nella provincia ascolana di un CLN provinciale formato dalla somma dei due CLN rappresentativi delle due diverse realtà territoriali, quella di Fermo e quella di Ascoli.

 

Bibliografia
S. Corvaro, Tutti ne tenevano uno. La Resistenza non armata al nazifascismo a Fermo 1943-1944, Associazione Casa della Memoria, Servigliano 2011.
R. Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, Affinità elettive, Ancona 2008.
M. Salvadori, La Resistenza nell'anconetano e nel piceno, Istituto per la storia del movimento democratico e repubblicano nelle Marche, Ancona 2005.
L. Trapè, Quel giorno fatidico 19 giugno 1944, Affinità elettive, Ancona 2007.
 

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