
La mattina del 9 marzo del 1944, i nazisti, accompagnati da militi repubblichini di Ascoli, attaccarono Rovetino seguendo quattro direttrici di marcia: da Santa Vittoria in Matenano a nord, da Montalto Marche ad est, da Force ad ovest e da Venarotta a sud. La banda Paolini si trovava così accerchiata dal fuoco nemico, le condizioni metereologiche erano avverse, la fitta neve rendeva difficili gli spostamenti e la visibilità. L’attacco fu sferrato verso mezzogiorno, il combattimento durò quasi tre ore e i partigiani lasciarono sul campo un solo uomo, il patriota addetto alla mitragliatrice: Gino Capriotti, detto “Saltamacchia”.
La banda si frazionò e il tenente Paolini con i suoi uomini riuscì a sottrarsi all’accerchiamento, risalendo nel contempo verso l’Ascensione e Castel di Croce. I nazifascisti non seguirono i partigiani attraverso le montagne, ma sfogarono la loro furia rastrellando i paesi circostanti e incendiando alcune case di contadini, colpevoli di aver ospitato i patrioti. I tedeschi lasciarono poi la zona dell’Ascensione diretti a Pozza.
Il 12 marzo, attaccarono il paese di Castel di Croce, dove nella casa del parroco, don Sante Nespeca, si era stabilito il comando partigiano della banda Paolini. 15 partigiani vennero uccisi e uno fu fatto prigioniero, gli altri presero la strada della montagna. Ivo Paolini, Settimio Berton e Francesco Fiscaletti iniziarono la marcia verso nord. Traditi e catturati dai fascisti, furono sottoposti a interrogatori e infine giustiziati il 24 aprile del 1944 a Santa Lucia di San Giovanni Valdarno. La banda partigiana riuscì ad aprirsi la via verso la montagna e la valle del Tronto. I tedeschi riuscirono a catturare due partigiani nei pressi di Monsampietro e, dopo averli malmenati, fecero scavare loro la fossa prima di finirli. Pochi giorni dopo l’offensiva tedesca toccò Montemonaco con una manovra che prevedeva l’aggiramento di tutta la zona compresa tra Montegallo e le sorgenti del Tenna.