
LE BANDE PARTIGIANE NEL MACERATESE
In località San Giovanni di Fiegni, vicino Fiastra, sorse il gruppo “201”, il cui comando fu affidato dal CLN al sottotenente Emanuele Lena, detto Acciaio. Il gruppo, che si componeva di una trentina di uomini ed era posto a controllo della Statale 77, fu impegnato in numerose azioni di sabotaggio e imboscate ai danni dei nazifascisti. Il 19 marzo 1944 a Caldarola ci fu uno scontro tra il gruppo “201” e le forze repubblichine, durante il quale furono fatti prigionieri 12 partigiani. Questo episodio fu il preludio al rastrellamento dei giorni successivi, che si concluse con l’eccidio di Montalto, eseguito con ferocia e con forze sproporzionate alla resistenza dei partigiani. Il gruppo “201”, già ribattezzato “volante” da Acciaio, partecipò alla battaglia di Monastero, che registrò numerose perdite nei ranghi fascisti. A metà aprile il comandante Acciaio, creduto morto in un’imboscata, si diresse verso il Nord Italia per continuare la lotta di Resistenza, ma lì purtroppo trovò la morte. In seguito il gruppo “201 volante”, che dopo la battaglia di Montalto aveva mutato il nome in “Buscalferri”, in onore del commissario politico caduto nei pressi di Pian di Favero, fu guidato dal vice di Acciaio, Toto Claudi.
A Visso fu attivo il gruppo partigiano guidato da Pietro Capuzi, membro del CLN di Roma. Nel gennaio del ‘44 fu costituito un raggruppamento di bande umbro - marchigiane, denominate con un numero progressivo, con a capo il capitano Melis. Già a marzo, però, fu contestata la direzione militaresca del capitano e si venne a delineare un diverso schieramento di forze. Il CLN di Macerata cercò di tenere fuori Capuzi e i suoi uomini dall’organizzazione logistica delle bande del maceratese, affidandola ad ufficiali superiori del regio esercito, in particolare all’inviato del SIM, il generale Melia. Capuzi fu catturato dai tedeschi e, dopo essere stato torturato, fu fucilato il 26 maggio 1944. La banda fu poi guidata dal tenente Giorgio Gatti e in seguito, fino alla liberazione, dal maggiore Antonio Ferri.
La banda di Serrapetrona, guidata dal cappellano don Nicola Rilli, era formata da un gruppo di ufficiali fuggiti dal distretto militare di Macerata dopo l’occupazione tedesca ed era comandata dal colonnello Ciuffoni. Il gruppo raccolse armi e vario materiale di equipaggiamento, ma si disciolse poco prima di Natale e Ciuffoni fu arrestato dai repubblichini. Don Rilli si unì ai gruppi di Monastero e di Montalto, per poi ricostituire il disciolto gruppo nel giugno del 1944. La nuova banda partigiana prese il nome di “Giammario Fazzini”, da uno degli eroi morti a Montalto. Alla fine di giugno, la banda fu impegnata in un duro scontro con i nazifascisti, nel quale ben 35 partigiani e 27 civili furono uccisi.
Nel territorio di Serravalle di Chienti si avvicendarono formazioni partigiane provenienti dalle Marche e dall’Umbria, formate da giovani della zona e da ex-prigionieri provenienti dal campo di concentramento di Colfiorito, e comandate da Libero Vannucci.
Augusto Pantanetti, insieme ad altri renitenti della zona, costituì nei pressi di Monastero la banda “Nicolò”. Dopo aver raccolto armi e viveri per il sostentamento, i partigiani cominciarono ad aprire i silos per distribuire il grano alla popolazione ed iniziarono le prime azioni di sabotaggio e i primi scontri con i nazifascisti. Il 22 marzo 1944, i tedeschi attaccarono in forze i partigiani a Montalto e dopo aver inflitto numerose perdite si spostarono verso Monastero dove furono prevaricati dai partigiani delle bande Nicolò e dei gruppi 201 e Vera di San Ginesio lasciando parecchi morti sul campo. Il 12 e il 13 maggio, i nazifascisti attaccarono nuovamente Monastero; la resistenza partigiana fu tenace e i tedeschi, temendo la sconfitta, si ritirarono. Furono feriti quattro partigiani, tra cui Mario Del Missier, il vice comandante della banda Nicolò.
Tra Fiuminata e Muccia si stabilì la banda “205” guidata da Nicola Zoran Compagnet e formata in prevalenza da ex prigionieri slavi fuggiti dai vicini campi d’internamento in seguito all’armistizio.
Una delle prime bande attive sull’Appennino umbro - marchigiano, è quella di Piobbico di Sarnano, comandata dal sottotenente Decio Filipponi. Il gruppo fu impegnato in prima linea alla fine di marzo del ’44, quando i tedeschi, prima di attaccare Sarnano, giunsero a Piobbico e cominciarono a bombardare il paese, penetrarono nelle case e radunarono gli abitanti minacciando di ucciderli e di distruggere tutto. Il comandante Filipponi si trovava nascosto nella soffitta di una casa di Piobbico e, quando vide che i nazifascisti minacciavano di incendiare il paese, si presentò spontaneamente a loro. Fu torturato ed impiccato. Dopo l’uccisione di Decio Filipponi, il gruppo di Piobbico si sbandò: numerosi partigiani fecero ritorno alle loro case, alcuni si unirono al gruppo “Lucio”, di stanza ai piedi dei Sibillini; altri ancora si riorganizzarono nel gruppo “1° maggio”.
A San Ginesio agiva il gruppo “Vera”, formato da una sessantina di partigiani comandati dal capitano Girolamo Casà. Il distaccamento effettuava sabotaggi e abbatteva alberi lungo la nazionale, nel tratto tra Sarnano ed Urbisaglia, per ostacolare gli spostamenti tedeschi. Nel marzo del ’44 il gruppo Vera partecipò alla difesa di Monastero insieme alla banda Nicolò e al gruppo 201 volante.
La banda partigiana di stanza a Fiastra fu guidata dal maggiore Antonio Ferri. Era formata da una cinquantina di uomini del posto, per lo più sfuggiti alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale. Successivamente la banda assunse il nome di Gruppo “202” e, all’inizio di giugno del ’44, dopo la riorganizzazione della Brigata Spartaco, il gruppo si trasformò in Battaglione Capuzi al comando del prof. Giuseppe Ferri, fratello di Antonio.
La banda “Dusan Labovic”, dal nome del commissario politico del gruppo “1° maggio”, era stanziata tra Bolognola e altre località in provincia di Ascoli. Il distaccamento era comandato dal tenente slavo Radon Gruik ed era formato da una trentina di uomini di varie nazionalità. Operò con imboscate e sabotaggi sui ponti in modo da convogliare il traffico tedesco proveniente da Foligno su strade secondarie e facilitare l’attacco ai danni dei nazifascisti.
All’indomani dell’8 settembre, nella zona di San Severino Marche, si formò la banda partigiana comandata dall’istriano Mario Depangher, internato libero nella cittadina maceratese. Il gruppo, formato da giovani antifascisti ed ex prigionieri inglesi e slavi, costituì la banda “Mario” e si dedicò alla lotta partigiana secondo il modello di guerriglia sperimentato in Jugoslavia. Nel febbraio del ’44 partecipò all’attacco del treno di Albacina e all’assalto della caserma di Centofinestre. Nel mese di marzo la banda mutò in “I Battaglione Mario”, a sua volta suddiviso in tre brigate: “Stigliano”, “Valdiola” e “Elcito”; ebbe inizio la fase offensiva della Resistenza. Il “Battaglione Mario” prese parte alle battaglie di Valdiola e Chigiano.
Nella zona di Cingoli, già dall’ottobre del ’43, si erano costituiti numerosi gruppi partigiani a Montenero, a Pian di Ricotta, a Capo di Rio e a Castel Sant’Angelo, tutti in stretto contatto tra loro e sotto lo stesso comando del tenente Sergio Sinigallia. Durante l’inverno l’attività partigiana fu assai rallentata, ma nella primavera del ’44 giunsero da Osimo un gruppo di partigiani diretti dal comandante Paolo Orlandini, che andarono ad ingrossare le fila delle bande già esistenti, formando il gruppo “Paolo”
Nei territori intorno a Matelica si costituirono numerose formazioni di patrioti, organizzate per iniziativa del tenente Franco Cingolani, il quale assunse il comando del gruppo “Eremita” situato sul monte Gemmo. Sul monte Canfaito si costituì il gruppo “Roti” al comando del tenente Giuseppe Baldini; mentre in località Poggeto fu istituito il gruppo “San Fortunato” guidato da Mario Scuriatti e Gualtiero Simonetti. Successivamente i tre gruppi partigiani si fusero costituendo la banda “Roti”. L’avvenimento più noto della Resistenza a Matelica è l’eccidio di Braccano, nel quale trovarono la morte sei uomini, tra cui don Enrico Pocognoni.
Dopo l’8 settembre si costituì un primo nucleo di patrioti a Frontale, tra i comuni di Apiro e Cingoli, guidato da Mario Batà. Alla fine del ’43, Batà fu catturato dai tedeschi e fucilato nel campo d’internamento di Sforzacosta. Durante la primavera del ’44 Frontale divenne luogo di raccolta per il gruppo Cingoli prima della battaglia di Valdiola.