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LE BANDE PARTIGIANE NEL FERMANO

 

   Nel momento in cui il CLN seppe della presenza di militari sbandati nella zona dei Sibillini, si mise immediatamente in contatto con essi. Nel gennaio del 1944, un Mas inglese sbarcò alla foce del Tenna, il generale Salvatore Melia insieme ad un ristrettissimo gruppo di ufficiali italiani, sostò nella villa di Salvatori e si incontrò a casa dell’Ing. Filippo Trenta (“Pippo”) con Petroni. Il generale consegnò a Petroni un cifrario, un apparecchio radiotrasmittente, delle precisazioni sui collegamenti coi gruppi di Ascoli e Macerata, delle istruzioni per ottenere dal comando di Bari lanci paracadutati di materiale e un fondo di centomila lire. Da quel momento ebbe avvio la “missione Man”, il generale Melia assunse il comando della resistenza nel settore umbro-maceratese e a capo di tutte le bande picene pose il colonnello Paolo Petroni. Il collegamento via radio col sud liberato non potè essere effettuato perché il marconista Ezio Paolini, sbarcato insieme al generale Melia, venne catturato dai tedeschi. Funzionò quindi solo la radio del Magg. Strinati. Il governo di Brindisi aveva effettuato una suddivisione per costituire l’87° Settore adriatico che si collocava nello spazio compreso tra la dorsale appenninica dei Sibillini, a ovest, la riviera adriatica a est, Il Chienti a Nord e il Tronto al sud e che comprendeva 10 sottosettori. I 5 sottosettori (Nuclei di resistenza locale o distaccamenti) del fermano avevano i seguenti confini:

1.      Fermo (ottavo): Cap. Italo Remia, in seguito (febbraio 1944) cap. Armando Focaccia (“Mimi Fermano”)

2.      Sant’Elpidio a Mare e Rapagnano a nord (decimo): Ten. Col. Carlo Grimaldi

3.      Montegiorgio a est (nono): Sottoten. Giovanni Iommi, poi Italo Remia (da fine gennaio-inizio febbraio (Torregrossa della GNR ne denuncia la fuoriuscita da Fermo in un documento del 8 feb. ’44)

4.      Amandola (sesto): Ten. di vascello Alfredo Tamiglio (Violetta)

5.      Santa Vittoria in Matenano (settimo) a sud-est: Cap. Ludovico Catini

   La suddivisione non sempre coincise con quella derivata dall’operatività effettiva delle bande del piceno, che furono più numerose ed articolate. Le bande partigiane erano formate da sbandati, renitenti alle armi, giovani e non timorosi di essere deportati in Germania, antifascisti del periodo badogliano, sfollati e confinati politici. Le principali attività erano la guerriglia, le imboscate e il sabotaggio.

   Il luogo d’afflusso dei volontari partigiani provenienti dal fermano fu il comune di Montefortino. Organizzatori delle bande furono designati Leone Bernardi, Guido Fioravanti e Alfredo Ricci, su proposta dei quali si chiamarono Bande Matteotti. Le bande erano male equipaggiate per affrontare l’inverno del ’43, cosicché gli uomini furono costretti a rientrare nelle città o a disperdersi nelle campagne. Nel gennaio del ’44 si ricostituirono e confluirono nel “Battaglione Batà”.

   Il Battaglione Batà, dal nome del tenente fucilato dai tedeschi a Sforzacosta, si costituì alla fine di gennaio del 1944. La formazione era in gran parte costituita da giovani fermani ed era guidata dal capitano Tamiglio (Violetta); la zona di azione si estendeva dalla vallata del Tenna fino alle colline poste sullo strada che collegava Ascoli a Macerata. La banda partecipò a numerose azioni di sabotaggio rendendo parecchie strade impraticabili. Accanto agli atti di sabotaggio non mancarono veri e propri atti di guerriglia, come l’attacco al presidio repubblichino di Comunanza il 22 gennaio, quando il gruppo riuscì a prendere armi, coperte e viveri in discrete quantità. Il “Battaglione Batà” si sciolse alla fine di marzo, dopo essere stato impegnato nella sanguinosa battaglia di Montemonaco.

   Nella zona tra Sant’Elpidio a Mare e Rapagnano si costituì la banda partigiana comandata dal tenente Carlo Grimaldi. I partigiani parteciparono ad atti di sabotaggio e disturbo nei confronti dei nazifascismi. Il gruppo si adoperò anche per assistere militari sbandati e proteggere i prigionieri di guerra alleati.

   Nel febbraio del ’44, il capitano Italo Remia prese il comando della banda partigiana formatasi nei pressi di Montegiorgio e chiamata “San Giorgio”, rinominandola “Bande militari del Piceno - II zona”, sottolineando la volontà di guidare il gruppo con criteri strettamente militari fuori da ogni ingerenza di organismi politici. Anche nel settore di Montegiorgio, i partigiani furono costretti a svolgere un’opera di controllo e protezione delle popolazioni aggredite da sciacalli dediti alla rapina.

   Nel territorio di Santa Vittoria in Matenano, l’attività partigiana cominciò a metà gennaio 1944. Il comando del sottosettore venne assunto dal capitano Ludovico Catini. La zona di Santa Vittoria costituiva una zona ideale per il raggruppamento degli ex prigionieri e il loro convogliamento verso le linee alleate; una vasta rete di informazioni e di staffette coprì l’intero territorio, consentendo rapidi contatti tra le formazioni operanti lungo la dorsale appenninica e le zone del fermano. Il 27 febbraio, la banda di Santa Vittoria occupò la sede del fascio di Ortezzano e si impossessò di documenti relativi ai delatori a servizio dei tedeschi e agli aderanti alla repubblica di Salò.

   Il 26 aprile 1944 si formò il Raggruppamento “Decio Filipponi”, battaglione gappista formato da 3 diverse bande operanti in tre zone: la banda guidata da Giovanni Iommi, nella zona comprendente Servigliano, Penna San Giovanni, Piane di Falerone; la banda guidata da Dario Rossetti (Rani D’Ancal), nella zona S. Angelo in Pontano, Montappone, Massa Fermana, Loro Piceno; infine la banda guidata da Ercole Ercoli, attiva nella zona di Mogliano e in certi momenti anche nella zona della banda di Rani D’Ancal.

 

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