Home Chi siamo Contatti Cerca nel sito istituti associati enti collegati

Attività scientifica e culturale

Centro di documentazione

Le riviste

Didattica

APIRO

DOPO L'8 SETTEMBRE
L’8 settembre 1943 il governo italiano rese pubblica la notizia della firma dell’armistizio, senza alcuna indicazione operativa per le forze armate, salvo quella di cessare le ostilità contro gli anglo-americani. La città di Apiro, come molte altre della regione marchigiana, esultò convinta che la guerra fosse finita. A ricordare quel momento, le parole di Tosca Pelagalli, al tempo un’adolescente: ≪A cavalcioni della palla di ferro e ottone posta in cima alla torre, ci sono due uomini che stanno fissando una bandiera tricolore alla croce; con notevoli rischi, data l’altezza. Chiediamo la ragione di tale operazione. Ci rispondono: … l’Italia ha firmato l’armistizio! Contemporaneamente le campane di tutte le chiese suonano a distesa. Donne, bambini, anziani, uomini convergono euforici nella piazza gridando: La guerra è finita! Portando grosse botti di vino per festeggiare l’avvenimento. Nella gioiosa confusione, esponiamo alla finestra anche la nostra bandiera! Ci auguriamo di abbracciare papà presto, che è ancora lontano!≫ (Simoncini, 2007 p.79). La realtà si dimostrò molto diversa dalle aspettative: seppur nel fronte opposto, per l’Italia la guerra continuò. La mancanza di ordini direttivi chiari da parte del nuovo governo Badoglio comportò lo sbandamento dell’esercito italiano e l’indisturbata avanzata delle truppe tedesche nel centro-nord.

Di fronte alla scelta di servire la Repubblica di Salò e l’alleato tedesco, molti militari e giovani comuni preferirono difendere altri valori. In questo modo cominciarono a crearsi i primi gruppi partigiani. Il parroco di San Michele di Apiro, don Giuseppe Mattiacci, lasciò scritto: ≪Oggi sono tornati alcuni giovani ed uomini. Tutti hanno tante cose da dire, avventure da far conoscere. Quanti pericoli hanno superato! È da qualche giorno che vo’ notando delle facce nuove. Il mio cuore ha esultato, quando uno di essi mi ha detto “che sono venuti in montagna per prepararsi a rifare un’Italia nuova”≫ (Simoncini, 2007 p.79). La Resistenza della provincia anconetana e maceratese trovò uno dei suoi primi rifugi nella fortezza naturale che era il Monte San Vicino: estendendosi dall’Esino al Potenza, la catena montuosa gravitava da un lato su Jesi, Cingoli, Apiro e Macerata; dall’altro su Fabriano, Cerreto d’Esi, Matelica e Camerino. Dal mese di settembre 1943 queste montagne si popolarono di giovani, italiani e di altre nazionalità, che per ragioni pratiche o ideologiche intrapresero la lotta partigiana.

Numerose furono le formazioni che iniziarono e proseguirono la loro attività nel territorio di Apiro: la banda di Trombich, composta in prevalenza da slavi; la banda Douglas, per la maggioranza da ex prigionieri inglesi; la banda Salvatore, fondata da Mario Batà e infine la banda di Apiro (Tolentino e la resistenza nel Maceratese, 1964 p.283). Le formazioni svolsero svariate azioni, dal prelevamento di armi e di materiale per il proprio sostentamento, al boicottaggio di vie e sistemi di comunicazione per rallentare le operazioni militari dei nazi fascisti. In questo loro operare il più delle volte trovarono nella popolazione locale aiuto e solidarietà.

 

ATTIVITA' PARTIGIANA
Il 29 gennaio 1944 i partigiani si attivarono per l’apertura del silos di Apiro, episodio che è stato raccontato con risalto diverso da don Giuseppe, parroco di San Michele, e don Lino, parroco di S. Urbano di Apiro. Il primo, che simpatizzava apertamente per la Resistenza, dichiarava: ≪Sono scesi i patrioti in paese, per punire qualche filo-fascista, qualche persone sospetta di spionaggio e qualche egoista… Il popolo a cui hanno aperto i magazzini del grano e hanno promesso la distribuzione dei grassi, li ha accolti esultanti e come liberatori≫. Le parole di don Lino sono invece più critiche: ≪I partigiani aprono i magazzini del grano cosicché ogni famiglia può prenderne tanto quanto è capace di trasportarne. Purtroppo molto di questo grano finirà al mercato nero, poiché tutti ne hanno preso in quantità superiore ai bisogni familiari e per di più molti contadini sono venuti a caricare con i birocci≫ (Simoncini, 2007 p.82).

Nella notte del 2 febbraio alcuni contadini dei dintorni di Apiro tentarono di avvicinarsi ancora una volta ai magazzini del grano, ma furono fermati e respinti dai carabinieri che riuscirono a recuperare anche alcuni sacchi di grano, asportati con l’aiuto dei partigiani la volta precedente (Giacomini, 2008 p.229).

Il 2 marzo vennero asportati da Frontale di Apiro circa 150 chili di lana destinati all’ammasso. L’11 marzo i partigiani riuscirono a impedire “l’effettuazione del raduno bestiame per conto dell’Ente della Zootecnica”, sequestrando sulla strada per Cingoli un autocarro con a bordo gli operai addetti al trasporto del bestiame. Il 19 dello stesso mese alcuni partigiani ordinarono a un contadino del luogo di consegnargli un bovino destinato all’ammasso (Giacomini, 2008 p.229; 235).

Il Capo della provincia di Ancona, Aldo Lusignoli, in una relazione sullo stato della situazione politica e dell’ordine pubblico riportava che ≪ La notte del 17 aprile, gruppi di ribelli dopo aver interrotto i fili telefonici del Casello ferroviario sito al passaggio a livello di Apiro e in località Ponte di Mergo facevano brillare degli esplosivi distruggendo i tralicci della linea elettrica ad alta tensione della ferrovia Fabriano-Ancona, precisamente nella località di Cupramontana e S. Elena di Serra S. Quirico≫ (Giacomini, 2008 p. 219).

In un Notiziario della GNR del 29 maggio 1994 si riferisce un altro episodio della presunta violenza partigiana contro militi fascisti e nazisti: ≪Il 13 corrente, verso le ore 19, nei pressi dell’abitato di Cupramontana, sulla strada che conduce ad Apiro, circa 50 ribelli, tra cui due slavi e un tedesco, obbligarono le persone che si trovavano nell’osteria di Zaira Manganelli ad esibire i documenti, domandando notizie sul numero dei fascisti e militi dislocati nella zona, asserendo di dover prelevare il tenente comandante quel presidio della GNR Aldo Balducci, e il capitano della GNR Lamberto Leoni. I banditi, udito il rumore di un’automobile, dopo aver costretto le persone a ritirarsi dentro il locale, si nascosero dietro le siepi che fiancheggiano la strada, appostandosi in agguato. Sopraggiunta una vettura con a bordo un maggiore tedesco (comandante un battaglione di polizia ed altri ufficiali), i ribelli fecero fuoco da ambo i lati della strada. La macchina accelerò la corsa, ma l’autista rimase ferito unitamente ad altro militare tedesco che precedeva l’automobile in motocicletta≫ (Giacomini, 2008 p.222).

GLI SFOLLATI
Tosca Pelagalli ricorda come a volte la convivenza con gli sfollati fosse tutt’altro che semplice e collaborativa, ma al contrario comportasse la rottura di equilibri familiari e situazioni di incomprensione: ≪Nel palazzo di famiglia avevamo tre appartamenti liberi; vennero requisiti per sfollati di Ancona che senza nessun rispetto, misero tutto a soqquadro e svaligiarono completamente i solai da tutti gli oggetti e i mobili antichi, che da tanti anni vi erano stati accumulati. Inoltre non fummo in grado di ospitare un nostro parente di Jesi, perché non vi era posto per tutti≫ (Simoncini, 2007 p.80).


REPRESSIONE NAZIFASCISTA
La città di Apiro, le sue frazioni e la campagna circostante furono rastrellate più volte da reparti nazifascisti alla ricerca delle bande partigiane. Era il 21 novembre, a detta di molti testimoni dell’epoca, il giorno in cui comparve per la prima volta nella città un’autoblinda tedesca. Don Giuseppe scrisse: ≪Verso le ore dieci per la prima volta dopo l’armistizio apparve una macchina tedesca: gli uomini ben armati si diressero verso il monte per arrestare l’eroico manipolo di patrioti guidati da Mario Batà. Dopo l’allarme circa le tre pomeridiane avviene lo scontro fra i Partigiani e i nazifascisti. Vittima dello scontro fu un negro Carlo Abbamagal. Un fascista cadde morto e i tedeschi furono fatti prigionieri≫ (Simoncini, 2007 p.81). Il giorno successivo giunse la notizia della condanna a morte di Mario Batà, che avverrà il 20 del mese successivo.

Il 10 febbraio si verificò un primo rastrellamento della zona. Ecco il racconto del parroco: ≪Verso le undici si sparge fulminea la notizia: arrivano i nazi-fascisti per un rastrellamento. Gli uomini si eclissano, le staffette partono con indicazioni precise. A mezzogiorno arrivano le prime schiere che scendono o salgono verso il paese, vengono da tutte le direzioni, sono molti, troppi. Il rastrellamento è meticoloso, militarmente ben condotto. Il risultato è ottimo: tra il bottino notiamo per lo loro affamate e voraci bocche salsicce, lardo, prosciutti, galline, conigli in abbondanza, per la loro cupidigia qualche portafoglio ed oggetti d’oro. Vediamo con qualche rammarico qualche renitente alla leva (qui lo sono tutti) caduto prigioniero. Dei partigiani nemmeno l’ombra! Sono ad attenderli fermi, frementi, ai loro posti di combattimento≫ (Simoncini, 2007 p.83).

Il 25 aprile fu messa in atto una nuova operazione di ripulitura della zona (Cingoli, Apiro, monte San Vicino e Valdiola). I nazifascisti si fermarono a Staffolo e utilizzarono il paese come base logistica per dirigere le operazioni sulla zona di Apiro e San Vicino fino al 9 maggio (Rosini - Tesei, 2011 p.55). In quell’occasione si verificarono numerosi episodi di violenza: l’uccisione a Frontale di Apiro dei cugini Pelucchini, accusati di aver dato alloggio ai partigiani e quella di Mariano Tartabini, ucciso nel fienile della sua casa sotto gli occhi della madre e degli altri familiari, perché scambiato per un partigiano.

Il 23 giugno, perse la vita a pochi chilometri da casa il giovane Anacleto Carbonari, ucciso con due colpi di pistola alla nuca e lasciato per qualche giorno senza sepoltura nella scarpata accanto alla strada. Lo stesso giorno, Alsovino Pittori s’incontrava con i tedeschi nella contrada Favete. Lì fu messo al muro e con una scarica di mitra ucciso, per poi essere abbandonato su un lato della strada. Il 29 giugno fu un’altra tragica giornata per gli abitanti di Montalvello di Apiro. Nel corso della festa di precetto in onore dei santi Pietro e Paolo furono uccisi per rappresaglia sei contadini e bruciate le loro case. Come si diceva nel foglio appeso dai tedeschi: era la giusta punizione per l’azione compiuta due giorni prima dai partigiani, l’aver tagliato il filo telefonico che collegava il Bivio Cupramontana-Staffolo ad Apiro, e l’aver sparato dei colpi contro dei militi. Quanto accadde quel 29 giugno a Montalvello fu solo la prima tappa di quello che è passato alla storia come l’eccidio della Val Musone.
Il primo di luglio toccò a Poggio San Vicino, attaccata dai tedeschi in ritirata. Nella battaglia che ne seguì perse la vita il partigiano Giannino Pastori mentre quattro poveri sfollati vennero passati per le armi.

LA LIBERAZIONE
La mattina del 19 luglio Apiro si svegliò libera: ≪La notte è passata tempestosa. I guastatori hanno fatto saltare tutto, persino le piante del viale. La popolazione fin dalle prime ore del mattino si è riversata sulla via piena di giubilo contenuto per timore che la belva tedesca ordisca qualche tranello. A mezzogiorno sono arrivati i partigiani e la gioia e la riconoscenza della popolazione scoppia in tutto il suo sfrenato entusiasmo≫( Simoncini, 2007 p.96). La gioia della liberazione fu rovinata dalla morte di Attilio Leoni, patriota locale che tanto aveva collaborato alla lotta partigiana. Rimase ucciso in seguito alla colluttazione con un compagno per mano del suo stesso mitra.

Bibliografia
AA. VV. (a cura di), Tolentino e la resistenza nel Maceratese, Accademia Filelfica, Tolentino 1964.
R. Giacomini, Ribelli e partigiani. La Resistenza nelle Marche 1943-1944, Affinità elettive, Ancona 2008.
P. Rosini, G. Tesei, L’altra guerra. Le memorie di Krüger Berti. L’eccidio della Val Musone, Affinità elettive, Ancona 2011.
C. Simoncini (a cura di), Apiro pagine di storia e di vita, Apiro 2007.
 

 

Genera pagina pdf